Editoriale di inizio anno:
La pace tradita — Stati Uniti, Venezuela e l’alba di un nuovo conflitto
Nel nostro precedente editoriale avevamo accennato, senza enfasi, alla possibilità che la pressione statunitense sul Venezuela potesse evolvere in un’azione diretta. Non era una previsione, ma la lettura di una traiettoria. Oggi quella traiettoria si è materializzata.
L’anno si apre con un attacco militare degli Stati Uniti contro il Venezuela. Bombardamenti mirati su infrastrutture e aree strategiche e operazioni sul terreno che hanno incluso rapimenti di figure chiave, presentati come arresti o azioni di sicurezza, segnano un passaggio netto: dalla coercizione indiretta all’uso esplicito della forza.
Al di là della narrazione ufficiale – lotta al narcotraffico, tutela dell’ordine, prevenzione di minacce – ciò che conta è il metodo. Il bombardamento di un paese sovrano e il prelievo forzato di persone sul suo territorio rappresentano una violazione sostanziale dei principi di diritto internazionale, normalizzata attraverso un linguaggio emergenziale ormai abituale.
Non si tratta di un episodio isolato, ma dell’esito coerente di anni di sanzioni, isolamento e delegittimazione. Quando la pressione non produce il risultato politico desiderato, la forza diventa l’argomento conclusivo. Il Venezuela, in questo quadro, non è solo un obiettivo: è un precedente.
Il rischio più grande non è l’escalation immediata, ma l’assuefazione. Bombardamenti e rapimenti vengono assorbiti come strumenti legittimi di gestione geopolitica, mentre la diplomazia resta sullo sfondo, evocata solo dopo i fatti. È così che la guerra smette di essere evento straordinario e diventa procedura.
- Il 2026 inizia dunque sotto un segno chiaro: la soglia dell’intervento armato si è abbassata. Ignorarlo significa accettare che la forza, ancora una volta, riscriva le regole mentre il diritto rincorre.
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