Non solo individui: anche le civiltà possono restare prigioniere della propria storia.
Tra gli insegnamenti più sorprendenti trasmessi da Don Juan Matus all’antropologo Carlos Castaneda vi è un principio tanto semplice quanto radicale: abbandonare la propria storia personale.
Nel libro Viaggio a Ixtlan Don Juan spiega che ogni essere umano vive immerso in un racconto. Un racconto fatto di nome, famiglia, lavoro, opinioni, ricordi, successi e fallimenti. Nel tempo questa narrazione diventa una gabbia invisibile.
Gli altri credono di sapere chi siamo. E noi, spesso senza accorgercene, continuiamo a comportarci come la persona che gli altri si aspettano. Così la vita si irrigidisce e l’essere umano finisce per coincidere con il personaggio che racconta di sé.
Per questo Don Juan afferma che il guerriero deve smettere di alimentare la propria storia personale. Non significa cancellare il passato, ma smettere di difenderlo, di spiegarlo continuamente, di usarlo come definizione di ciò che siamo.
Quando la storia personale perde forza, accade qualcosa di inatteso: l’identità smette di essere un confine. L’essere umano torna imprevedibile, e con l’imprevedibilità ritorna anche una forma di libertà.
Per molto tempo queste parole sono state lette come una curiosità sciamanica o come una provocazione filosofica. Oggi, però, sembrano parlare direttamente al nostro tempo.
Stiamo vivendo un’epoca in cui molte delle narrazioni che definivano il mondo stanno mostrando crepe profonde. Stati, ideologie, sistemi economici, verità mediatiche: ciò che per decenni è stato raccontato come stabile e definitivo appare improvvisamente fragile.
È come se anche la civiltà avesse costruito una propria storia personale. Una storia che oggi fatica a reggere il peso della realtà.
In questo tempo non emergono soltanto crisi e conflitti. Emergono anche rivelazioni. Dinamiche di potere, equilibri geopolitici e narrazioni ufficiali stanno lentamente mostrando ciò che per lungo tempo è rimasto nascosto.
Il mondo umano sembra trovarsi davanti a una soglia: difendere il vecchio racconto oppure lasciarlo cadere.
In questo senso l’insegnamento di Don Juan appare sorprendentemente attuale. Come l’individuo, anche una civiltà può restare prigioniera della propria storia.
E quando quella storia non regge più, si apre uno spazio nuovo. Uno spazio incerto, ma anche carico di possibilità.
Abbandonare la storia personale non significa perdere sé stessi. Significa forse scoprire ciò che esiste oltre il personaggio.
Se questo vale per un individuo, potrebbe valere anche per una civiltà. E forse è proprio questo il passaggio che stiamo attraversando: un tempo in cui l’umanità si trova davanti alla possibilità — inquietante e luminosa — di uscire dalla propria storia.