Il buon samaritano

La parabola del buon samaritano (Vangelo secondo Luca 10,25-37) è una delle immagini più potenti consegnate dalla tradizione cristiana. Ma cosa accade se la spostiamo fuori dalla strada polverosa tra Gerusalemme e Gerico e la portiamo dentro le nostre città, le nostre reti, i nostri conflitti?

1. La strada oggi

La strada oggi è digitale, urbana, globale.
È il luogo dove scorrono notizie, giudizi, guerre lontane che diventano vicine, cadute pubbliche e private.

L’essere umano mezzo morto sul ciglio non è solo il ferito fisico.
È chi viene travolto da una campagna di odio, chi perde il lavoro e diventa invisibile, chi crolla psicologicamente ma continua a mostrarsi forte.

È il fragile esposto.

2. Il sacerdote e il levita

Nella narrazione evangelica passano un sacerdote e un levita. Figure del culto, della norma, dell’ordine.

Oggi potrebbero essere:
– il professionista che “non può esporsi”,
– il politico che valuta il consenso prima della compassione,
– l’utente che osserva, scorre, commenta, ma non si ferma.

Non sono mostri.
Sono efficienti.
Hanno agenda, ruolo, identità da preservare.

Passano oltre.

3. Il samaritano: lo straniero scomodo

Il samaritano, al tempo di Gesù, era l’eretico, il meticcio, il nemico religioso.

Oggi il “samaritano” è chi non appartiene alla tua tribù ideologica.
È chi vota diversamente, crede diversamente, parla un’altra lingua.
È chi non dovrebbe essere “il buono” secondo lo schema.

Eppure si ferma.

Non fa un discorso.
Non scrive un post indignato.
Si sporca le mani.

4. La compassione come rischio

Il gesto del samaritano è economicamente e socialmente rischioso.
Si espone.
Perde tempo.
Investe risorse proprie.

In chiave moderna la parabola interroga:

Siamo disposti a perdere qualcosa per salvare qualcuno?
O vogliamo solo avere ragione?

La compassione non è sentimento.
È scelta che costa.

5. L’albergo: la responsabilità condivisa

Il samaritano affida il ferito a un oste e paga in anticipo.

Non salva il mondo da solo.
Attiva una rete.

La cura non è eroismo individuale,
ma costruzione di luoghi dove il fragile possa sostare.

6. Non è una questione morale

La parabola non divide il mondo tra buoni e cattivi.
Divide tra chi resta dentro il proprio ruolo
e chi lo supera.

Il sacerdote resta sacerdote.
Il levita resta levita.
Il samaritano smette di essere “samaritano”.

Non agisce in base all’identità.
Agisce in base alla ferita che vede.

La domanda non è:
“Chi è il mio prossimo?”

La domanda è più scomoda:
Quando incontro una ferita,
chi sono io davvero?

La modernità ci ha insegnato a definire prima le appartenenze.
La parabola chiede di sospenderle.

Non è un invito alla bontà.
È un invito a disidentificarsi.

E questo, oggi, è rivoluzionario.

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