Dalla custodia del creato all’Antropocene

Il peso di custodire ciò che non possediamo

Custodia, limite, responsabilità

Nei testi biblici, in particolare nella Genesi, l’essere umano viene descritto come custode del creato: qualcuno che vive nella natura, la coltiva e la protegge, ma non ne è il proprietario. Il giardino dell’Eden rappresenta un mondo ordinato, con limiti chiari e un equilibrio da rispettare.

Oggi parliamo invece di Antropocene, un termine usato dagli scienziati per indicare un’epoca in cui l’attività umana è diventata una forza capace di modificare il pianeta: clima, suoli, oceani, biodiversità.

Il passaggio è netto: da una visione in cui l’uomo è parte di un sistema naturale a una condizione in cui l’uomo agisce come se fosse esterno e superiore al sistema.

Nell’Antropocene non siamo più solo utilizzatori delle risorse: le nostre scelte lasciano tracce geologiche, come l’accumulo di plastica, l’aumento della CO₂ e l’alterazione dei cicli naturali.

In questo senso, l’Antropocene può essere letto come una contraddizione del mandato originario: invece di custodire, trasformiamo; invece di mantenere l’equilibrio, lo forziamo.

La Bibbia racconta simbolicamente la perdita dell’Eden; l’Antropocene descrive una perdita concreta: la difficoltà crescente di mantenere il pianeta in condizioni stabili per la vita.

Il punto centrale non è religioso, ma culturale: quale ruolo vogliamo attribuire all’essere umano? Dominatore della natura o parte responsabile di un sistema complesso?

In fondo, la domanda antica resta aperta e attuale: che cosa significa, oggi, prendersi cura del mondo in cui viviamo?

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