L’eccezione della coscienza
La natura non conosce lo spreco.
Ogni elemento, dopo la morte dell’organismo, viene recuperato: minerali, acqua, carbonio, tracce invisibili. Nulla viene annullato, tutto rientra in un ciclo più ampio.
La materia cambia forma, ma non scompare.
La natura non cancella: trasforma.
Eppure, proprio davanti a questo principio così evidente, introduciamo un’eccezione singolare: la coscienza.
Per il corpo vale il riciclo universale.
Per la coscienza, invece, immaginiamo la dissoluzione totale, il nulla, la perdita definitiva.
È una stranezza logica prima ancora che metafisica.
La coscienza non è un residuo del corpo: è ciò che rende il corpo intelligibile, ciò che permette alla natura di essere osservata, compresa, interrogata. È il punto in cui il reale prende consapevolezza di sé.
Se la natura recupera tutto,
perché dovrebbe smarrire proprio ciò che comprende?
Pensare la coscienza come l’unico elemento destinato a essere distrutto significa attribuire alla natura un comportamento che non le appartiene: la dissipazione assoluta. Uno spreco ontologico che non troviamo da nessun’altra parte.
Forse la morte non cancella la coscienza, ma ne dissolve la forma individuale.
Forse non resta l’io, la memoria, il nome, ma resta qualcosa che continua a espandere lo spazio, come fa ogni campo quando perde il suo contenitore.
In natura, nulla va perduto.
E se qualcosa sembra sparire, è solo perché ha smesso di stare dove eravamo abituati a cercarla.
Articoli approfondimento: