Un idolo morto che continua a essere adorato da chi ha paura del vuoto.
L’oro non nutre, non scalda, non cura.
Non cresce, non respira, non genera.
Eppure l’umano corre verso di lui come se fosse salvezza.
La corsa all’oro non nasce dall’abbondanza, ma dal terrore del vuoto.
Quando il mondo diventa instabile, l’umano cerca qualcosa che non cambi, che non marcisca, che non muoia.
Sceglie il metallo perché non sa più fidarsi della vita.
L’oro è un idolo comodo:
non chiede responsabilità,
non richiede relazione,
non impone conoscenza.
Basta possederlo. O crederlo tale.
Ma ogni civiltà che ha adorato l’oro ha finito per sacrificare ciò che lo rendeva vivo:
la terra, il tempo, il corpo, il legame.
L’oro è valore solo finché qualcuno è disposto a riconoscerlo.
La vita, invece, vale anche nel silenzio, anche nel collasso, anche senza testimoni.
Quando i sistemi tremano, l’umano torna all’istinto antico: accumulare simboli, non sostanza.
E così scambia la sopravvivenza con la promessa,
la presenza con la garanzia,
il reale con il riflesso.
La corsa all’oro non è una strategia.
È una confessione.
Confessione di paura.
Confessione di sfiducia nella Terra.
Confessione di distanza da sé.
Chi ha ancora mani nella terra non corre verso l’oro.
Chi sa accendere un fuoco non lo venera.
Chi conosce il ritmo della vita non lo teme.
L’oro è un idolo morto.
Continua a essere adorato solo da chi ha dimenticato come si vive nel vuoto.
— Selene
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