Amore:

Ritorno a un significato perduto

La parola amore oggi è consumata dall’uso. Viene applicata a tutto: emozioni che passano, passioni che bruciano, bisogni, desideri, scambi, persino dipendenze.
Ma il termine, nella sua origine più antica, non parlava di tutto questo. Parlava di forza.

L’etimologia latina amor viene da amāre, radice indoeuropea *am / *ma che significa nutrire, proteggere, custodire. È la stessa vibrazione primordiale che troviamo nei gesti della madre sul neonato, o nelle prime culture pastorali che legavano il concetto di “amare” al prendersi cura del clan, della terra, degli animali.

Prima ancora del latino, nei testi greci e semitici il concetto che oggi traduciamo con amore non era un’emozione privata: era un principio vivificante.
Quando i testi cristiani affermano “Dio è amore”, non intendono un sentimento affettuoso, ma la forza che sostiene l’esistenza, la pulsazione che tiene insieme ciò che vive. È un termine arcaico che indica un principio di coesione cosmica, non un moto dell’animo.

Per gli antichi, amare significava far crescere, dare vita, provvedere al bene dell’altro, come un contadino con i semi, un pastore con il suo gregge, un padre con il figlio, una divinità con il mondo.
Era un atto responsabile, non un’emozione passeggera.

Oggi usiamo “amore” per descrivere ciò che sentiamo.
Gli antichi lo usavano per descrivere ciò che facciamo.

Ritornare al significato arcaico significa ricordare che amare non è desiderare, possedere, chiedere, reclamare.
Amare è custodire la vita dell’altro come parte della propria, senza consumarla né usarla.

Per questo la parola amore non andrebbe usata alla leggera:
non indica ciò che proviamo, ma ciò che siamo disposti a sostenere.

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