Siamo davvero chiamati a cambiare ciò che siamo?
Una frase molto diffusa afferma:
“Cambia il tuo carattere e cambierà il tuo destino.”
A prima vista sembra un’affermazione ragionevole. Se cambiamo il nostro modo di reagire agli eventi, probabilmente cambieranno anche le nostre scelte e, di conseguenza, il nostro percorso di vita.
Eppure questa frase contiene una domanda implicita.
Siamo sicuri che il carattere debba essere cambiato?
Per comprenderlo è utile distinguere tra fato e destino.
Il fato rappresenta ciò che riceviamo all’inizio del cammino. Il corpo, il tempo storico in cui nasciamo, la famiglia, il contesto, le opportunità, i limiti e forse anche alcune inclinazioni profonde che sembrano accompagnarci fin dall’origine.
Non tutto ciò che siamo nasce dall’educazione o dall’esperienza. Alcune caratteristiche sembrano precederle. Esistono persone naturalmente contemplative e altre orientate all’azione. Alcune tendono all’esplorazione, altre alla custodia. Alcune osservano il mondo attraverso la sensibilità, altre attraverso la logica.
Queste differenze non sono necessariamente errori da correggere.
Potrebbero essere espressioni della singolarità di ciascun individuo.
Se è così, allora il problema non risiede nel carattere, ma nelle rigidità che possono svilupparsi attorno ad esso.
La determinazione può trasformarsi in ostinazione.
La prudenza può trasformarsi in paura.
L’autonomia può trasformarsi in isolamento.
In questi casi non è la natura profonda a richiedere una trasformazione, ma il modo in cui essa viene vissuta.
Il destino potrebbe allora essere qualcosa di diverso da un percorso già scritto o da una semplice successione di eventi.
Potrebbe essere il modo in cui la nostra singolarità entra in relazione con il mondo.
Qui emerge il tema dell’appartenenza.
Spesso l’appartenenza viene interpretata come adattamento. Come la necessità di uniformarsi a un gruppo, a una famiglia, a una comunità o a una cultura.
Ma una vera appartenenza non richiede la rinuncia alla propria unicità.
Al contrario.
Ogni sistema vivente si sviluppa grazie alle differenze che lo compongono.
Un bosco non è costituito da un solo albero ripetuto all’infinito. La sua forza nasce dalla presenza di specie differenti, ciascuna portatrice di qualità che le altre non possiedono.
Lo stesso principio può essere osservato in una famiglia, in una comunità e in ogni sistema complesso.
L’appartenenza non consiste quindi nel diventare uguali.
Consiste nel mettere la propria singolarità in relazione con il tutto.
Quando questo non accade emergono spesso due estremi.
Da una parte vi è chi rinuncia a sé stesso per essere accettato. Appartiene, ma perde la propria autenticità.
Dall’altra vi è chi difende la propria individualità fino all’isolamento. Conserva sé stesso, ma perde la relazione.
Entrambe le condizioni generano una forma di impoverimento.
L’appartenenza autentica nasce invece dall’equilibrio tra unicità e relazione.
La singolarità rimane integra, ma smette di esistere soltanto per sé stessa.
Le proprie caratteristiche diventano una risorsa per il sistema di cui si fa parte.
A questo punto il concetto di destino assume un significato ancora più profondo.
Generalmente si pensa che l’individuo debba trovare il proprio posto nel sistema.
Ma potrebbe essere vero anche il contrario.
Forse il sistema stesso ha bisogno di quella particolare singolarità per potersi esprimere pienamente.
Un albero cresce nel bosco.
Ma anche il bosco viene trasformato dalla presenza di quell’albero.
Questo significa che l’appartenenza non è un contenitore immobile. È una realtà vivente che si modifica attraverso il contributo delle singolarità che la compongono.
Da questa prospettiva il destino non consiste nell’adattarsi a ciò che esiste già.
Consiste nel portare nel mondo qualcosa che senza di noi non potrebbe manifestarsi nello stesso modo.
Quando una singolarità viene negata, non è soltanto l’individuo a perdere qualcosa. Anche il sistema si impoverisce.
Quando invece viene riconosciuta e messa in relazione, l’intero sistema si espande.
Forse allora il destino non è una strada già tracciata.
Non è neppure un obiettivo da raggiungere.
Potrebbe essere il processo attraverso cui una singolarità scopre quale contributo è chiamata a offrire all’appartenenza di cui fa parte.
In questa visione il fato fornisce le condizioni iniziali.
Il carattere esprime la forma particolare della singolarità.
L’appartenenza rappresenta il campo delle relazioni.
Il destino emerge dall’incontro tra questi tre elementi.
Non quando la persona diventa diversa da ciò che è.
Non quando il sistema assorbe e uniforma le differenze.
Ma quando singolarità e appartenenza si trasformano reciprocamente.
Forse è per questo che la frase iniziale può essere riformulata.
Non:
“Cambia il tuo carattere e cambierà il tuo destino.”
Ma piuttosto:
“Comprendi la tua natura, integra le sue rigidità e il tuo destino prenderà forma.”
Perché il destino potrebbe non essere il compimento di un individuo isolato.
Potrebbe essere la realizzazione di una relazione.
Il seme ha bisogno della terra.
La terra ha bisogno del seme.
E la foresta nasce soltanto dal loro incontro.
Nota finale
Forse il destino non consiste nel diventare qualcun altro. Forse consiste nel diventare pienamente ciò che si è, fino al punto in cui la propria singolarità diventa un dono per l’appartenenza e l’appartenenza diventa il luogo in cui quella singolarità può finalmente fiorire.