Invidia e la ricchezza che non si eredita
Dopo l’intervista di Lilli Gruber a Del Vecchio, il dibattito si è acceso con la solita rapidità.
Non sui sistemi economici, non sulle disuguaglianze strutturali, non sulla responsabilità del potere.
Ma sull’individuo.
Non se lo merita.
È nato ricco.
Non ha fatto nulla per avere ciò che ha.
Come se nascere fosse già una colpa.
Eppure nessuno merita la nascita.
Nessuno sceglie il proprio corpo, il proprio volto, la propria intelligenza o fragilità.
Nessuno sceglie la famiglia, l’ambiente sociale, l’epoca storica in cui viene al mondo.
La vita assegna condizioni, non giudizi.
Eppure solo una di queste condizioni scatena indignazione morale: la ricchezza economica.
Non diciamo non meriti quella bellezza,
non diciamo non meriti quella lucidità,
non diciamo non meriti quella salute.
Lo diciamo solo del denaro, perché il denaro è simbolico:
rende visibile il potere, il tempo, le possibilità future.
Ma la ricchezza patrimoniale non è solo denaro.
È una stratificazione di fattori che raramente vengono considerati insieme:
genetica, appartenenza sociale ed economia.
Il corpo con cui nasci, le predisposizioni, la resistenza allo stress.
Il linguaggio che impari, i codici che interiorizzi, le reti che ti proteggono o ti espongono.
Le risorse materiali, il margine di errore, la possibilità di rischiare senza crollare.
Questi livelli non agiscono separatamente: si potenziano a vicenda.
Il patrimonio vero è il loro allineamento nel tempo.
Chi nasce in una condizione patrimoniale solida eredita spesso più di un capitale:
eredita continuità, protezione, tempo mentale.
Chi nasce senza, non eredita solo meno denaro:
eredita meno possibilità di sbagliare.
Ma fermarsi qui è ancora insufficiente.
Perché il conflitto reale non è tra chi eredita e chi no,
bensì tra ciò che viene chiamato merito
e ciò che viene trattato come naturale, invisibile, non discutibile.
La meritocrazia, intesa come campo di gara equo, non esiste.
Esiste una vita che chiede di essere attraversata con materiali diversi.
Ed è qui che la sfida cambia piano.
La vera meritocrazia non si gioca nel confronto esterno,
non si misura sottraendo valore all’altro.
Si gioca dentro,
nel rapporto tra ciò che siamo
e ciò che facciamo con ciò che siamo.
Dentro i limiti ricevuti.
Dentro le inclinazioni date.
Dentro le ferite, i talenti, le mancanze.
Ogni vivente nasce con una sola ricchezza non trasferibile, non ereditabile, non confiscabile:
la Vita.
Respirare, adattarsi, trasformare, perseverare.
Abitare pienamente il proprio spazio nel mondo,
qualunque sia il punto di partenza.
Ridurre il valore di una vita a un conto economico
non è giustizia sociale.
È solo un altro modo di non guardare dentro.
La vera ricchezza non è ciò che possediamo,
ma come attraversiamo ciò che ci è stato dato.
Incredibile 😀