DALLA DOMESTICAZIONE AL DOMINIO

La patologia di una civiltà che ha dimenticato di appartenere alla vita

1. Quando la vita è diventata una proprietà

Per milioni di anni, la vita sulla Terra si è sviluppata attraverso relazioni, adattamenti, competizione, cooperazione e trasformazioni reciproche. Ogni specie ha occupato il proprio spazio all’interno di equilibri complessi, senza che una sola potesse rivendicare il diritto di governare tutte le altre.

Poi, nel corso della storia umana, qualcosa è cambiato.

Circa diecimila anni fa, in diverse regioni del pianeta, alcune comunità iniziarono a coltivare piante e a domesticare animali. Fu una trasformazione profonda: modificò l’alimentazione, gli insediamenti, la distribuzione delle risorse e, progressivamente, l’organizzazione delle società.

La domesticazione non nacque ovunque nello stesso modo. Alcune relazioni tra esseri umani e animali si svilupparono attraverso la vicinanza e la cooperazione; altre furono progressivamente orientate alla produzione di cibo, al lavoro e al trasporto.

Ma con l’allevamento si consolidò anche una nuova possibilità: controllare la riproduzione di altri esseri viventi, selezionarne le caratteristiche, limitarne gli spostamenti e disporre del loro lavoro e, infine, della loro vita.

L’animale non era più soltanto un essere con cui condividere un ambiente. Poteva diventare una risorsa da amministrare, un bene da possedere, una proprietà da trasmettere.

La vita cominciava a essere osservata anche attraverso il valore che poteva avere per chi ne deteneva il controllo.

Non è l’intera storia della domesticazione, perché tra esseri umani e animali sono esistite e continuano a esistere relazioni differenti. È, tuttavia, una delle trasformazioni che hanno accompagnato la nascita delle società agricole e delle economie fondate sull’accumulazione.

E da qui nasce una domanda: che cosa accade quando il potere di disporre della vita altrui diventa un principio attraverso cui organizzare una società?

2. Dal possesso degli animali al dominio sugli esseri umani

La schiavitù umana non è semplicemente una conseguenza della domesticazione animale. Le sue origini sono molteplici e non riconducibili a un unico processo.

Esiste, però, una relazione storica che merita di essere esaminata: la crescita delle società agricole, l’accumulazione delle risorse, la formazione delle gerarchie e l’organizzazione del lavoro hanno contribuito, in diverse civiltà, alla comparsa e al consolidamento di sistemi nei quali alcuni esseri umani esercitavano un potere estremo su altri.

Prigionieri di guerra, persone ridotte in schiavitù per debiti, popolazioni conquistate e gruppi considerati inferiori furono trasformati in forza lavoro, proprietà o strumenti al servizio di altri.

Il corpo umano poteva essere acquistato, venduto, sfruttato e trasferito. La libertà individuale veniva subordinata alla volontà del proprietario.

Per rendere accettabile questa condizione, non bastava esercitare la forza. Occorreva anche costruire giustificazioni: differenze di nascita, appartenenza, origine, colore della pelle, religione o presunta natura.

La gerarchia materiale diventava così una gerarchia morale.

Chi dominava si attribuiva una posizione superiore; chi era dominato veniva descritto come incapace di autogovernarsi, inferiore o destinato al servizio.

La storia delle popolazioni africane deportate e schiavizzate nelle Americhe offre un esempio drammatico di questo meccanismo. Per secoli, milioni di persone furono private della libertà e sottoposte a sistemi giuridici ed economici che trattavano loro e i loro discendenti come proprietà.

La disumanizzazione non fu un dettaglio secondario: contribuì a rendere il dominio socialmente accettabile e a trasmetterlo attraverso le generazioni.

Prima si stabilisce chi può disporre della vita altrui; poi si costruisce una visione del mondo che presenta tale diritto come naturale.

È questo passaggio, più della somiglianza letterale tra una forma di schiavitù e un’altra, a meritare la nostra attenzione.

3. La gerarchia come visione del mondo

Con il passare dei secoli, le forme del dominio si sono trasformate.

La schiavitù è stata abolita in molti ordinamenti, i diritti sono stati estesi a fasce sempre più ampie della popolazione e sono state riconosciute libertà prima negate.

Eppure, la scomparsa o la trasformazione di una particolare istituzione non comporta necessariamente la scomparsa delle strutture di potere che l’hanno resa possibile.

Le disuguaglianze possono riprodursi attraverso la concentrazione delle risorse, l’accesso differenziato alle opportunità, la dipendenza economica e la possibilità, per alcuni gruppi, di influenzare le regole alle quali altri devono sottostare.

La distinzione tra chi decide e chi deve adeguarsi attraversa molte organizzazioni sociali.

Non ogni autorità è oppressiva e non ogni regola è uno strumento di dominio. Il problema emerge quando il potere si concentra, diventa difficilmente contestabile e sottrae progressivamente agli individui la possibilità concreta di autodeterminarsi.

A quel punto, la disuguaglianza non riguarda soltanto ciò che ciascuno possiede.

Riguarda la possibilità di decidere sulla propria vita.

E riguarda anche chi stabilisce i criteri con cui le persone vengono identificate, classificate, sorvegliate e ammesse o escluse da determinate attività.

4. Le forme contemporanee del controllo

Le società contemporanee dispongono di strumenti amministrativi e tecnologici che permettono di conoscere e gestire le popolazioni con una precisione impensabile nelle epoche precedenti.

Registri anagrafici, codici fiscali, documenti identificativi, sistemi di sorveglianza, banche dati e procedure di autorizzazione rendono gli individui riconoscibili e amministrabili.

Questi strumenti possono svolgere funzioni utili alla convivenza, alla tutela dei diritti e all’organizzazione dei servizi collettivi. Ma possono anche essere impiegati per sorvegliare, discriminare, limitare la libertà o rendere una popolazione dipendente da decisioni sulle quali non ha un controllo sufficiente.

La questione non si risolve giudicando uno strumento soltanto dalla sua denominazione o dalla finalità dichiarata.

Occorre chiedersi chi lo controlla, quali poteri consente di esercitare, quali conseguenze produce e quanto spazio lascia alla scelta individuale.

Anche la gestione degli spostamenti, gli obblighi imposti ai corpi e l’accesso condizionato a determinate attività possono diventare oggetto di questa analisi.

La somiglianza con le strutture del passato non consiste nell’affermare che ogni registrazione equivalga a una marchiatura o che ogni obbligo costituisca schiavitù.

Consiste nell’osservare una possibilità ricorrente nella storia: quando la capacità di identificare e amministrare gli esseri diventa anche la capacità di condizionarne la libertà, l’organizzazione può trasformarsi in dominio.

La tecnologia cambia. Cambiano le istituzioni, il linguaggio e le giustificazioni.

La domanda sul potere, invece, rimane.

Quanto può disporre un’autorità della vita di chi è sottoposto alle sue decisioni? E quali strumenti possiede chi subisce quelle decisioni per contestarle?

5. La radice della patologia

Forse il problema più profondo non risiede in una singola istituzione, in una particolare ideologia o in un determinato periodo storico.

Potrebbe risiedere nella convinzione che la vita possa essere suddivisa in categorie di valore, che alcuni esseri abbiano una dignità intrinseca mentre altri siano valutabili in base alla loro utilità.

Questa convinzione assume forme differenti.

Un animale vale per la carne, il latte, il lavoro o il profitto che produce. Un territorio vale per le risorse che contiene. Un ecosistema viene sacrificato perché considerato un ostacolo allo sviluppo economico.

Anche un essere umano può essere ridotto alla propria produttività, alla capacità di acquistare, al ruolo che ricopre o alla funzione che svolge all’interno di un sistema.

Quando il valore della vita viene subordinato alla sua utilità per qualcun altro, il confine tra relazione e sfruttamento diventa sempre più sottile.

La vita viene riconosciuta, ma non necessariamente rispettata.

Viene amministrata, ma non necessariamente ascoltata.

Viene protetta finché risponde a una funzione, mentre può essere sacrificata quando entra in conflitto con gli interessi di chi detiene il potere.

Questa è la patologia che dovremmo imparare a riconoscere: non la semplice esistenza di differenze tra gli esseri, ma la trasformazione delle differenze in una presunta autorizzazione al dominio.

Una civiltà può sviluppare conoscenze straordinarie e conservare, nello stesso tempo, un rapporto profondamente immaturo con la vita.

Può raggiungere altri pianeti e distruggere gli ecosistemi del proprio.

Può proclamare la libertà e tollerare condizioni di dipendenza estrema.

Può parlare di progresso mentre considera sacrificabili esseri viventi che non hanno voce nei processi decisionali.

Il progresso tecnico, da solo, non garantisce un’evoluzione della coscienza.

6. Oltre il privilegio di appartenere alla specie umana

Per molto tempo, le battaglie per la libertà e la dignità si sono concentrate, comprensibilmente, sugli esseri umani. Era necessario contrastare la schiavitù, le discriminazioni, le persecuzioni e la negazione dei diritti fondamentali.

Ma possiamo fermarci qui?

Se riconosciamo che il dominio esercitato da alcuni esseri umani su altri può diventare una struttura sociale, dobbiamo essere disposti a esaminare anche il rapporto che la nostra specie ha costruito con tutte le altre forme di vita.

Non basta denunciare lo sfruttamento umano continuando a considerare animali, piante ed ecosistemi come proprietà senza valore autonomo.

Non basta proteggere una specie perché utile, bella o rara, se il criterio fondamentale rimane il vantaggio che può offrire agli esseri umani.

Non basta parlare di equilibrio naturale mentre si continua a immaginare la Terra come un insieme di risorse a disposizione di un unico proprietario.

Questo non significa ignorare le differenze tra gli esseri viventi, né pretendere che ogni organismo abbia bisogni identici o possa esercitare gli stessi diritti nello stesso modo.

Significa riconoscere che la diversità biologica non autorizza automaticamente una gerarchia morale nella quale una specie possa disporre senza limiti della vita di tutte le altre.

La vita non è nata per soddisfare le esigenze di una sola specie.

L’essere umano ne è parte, non il proprietario.

E forse la maturità di una civiltà si misura proprio nella capacità di riconoscere questo limite: non tutto ciò che possiamo controllare ci appartiene; non tutto ciò che possiamo sfruttare abbiamo il diritto di sfruttarlo.

7. Una vera evoluzione umana

L’evoluzione umana non può essere ridotta all’aumento delle conoscenze, alla potenza delle tecnologie o alla crescita delle capacità produttive.

Se queste conquiste non sono accompagnate da una trasformazione del rapporto con gli altri esseri, il potere può semplicemente diventare più efficiente, senza diventare più consapevole.

Il passaggio decisivo non consiste nel sostituire una gerarchia con un’altra, né nel trasferire a un gruppo il potere prima esercitato da un altro.

Consiste nel mettere in discussione il principio secondo cui la superiorità attribuita a qualcuno possa trasformarsi in un diritto illimitato sulla vita altrui.

Una società realmente evoluta dovrebbe misurare le proprie scelte considerando non soltanto il vantaggio immediato per gli esseri umani, ma anche le conseguenze per gli animali, le piante, gli ecosistemi e le generazioni future.

Dovrebbe riconoscere che la libertà non può essere costruita stabilmente sulla privazione sistematica della possibilità di vivere degli altri.

Dovrebbe imparare a distinguere il potere di intervenire dalla pretesa di possedere, la responsabilità dal controllo, la convivenza dallo sfruttamento.

Non è sufficiente rivendicare diritti per la nostra specie.

Dobbiamo ampliare lo sguardo fino a comprendere la rete di relazioni dalla quale dipende la nostra stessa esistenza.

La vera evoluzione umana comincia quando l’essere umano smette di considerarsi al di sopra della vita e riconosce di appartenervi.

Non padrone della Terra, ma parte della sua storia.

Non giudice assoluto del valore degli altri esseri, ma responsabile delle conseguenze delle proprie azioni.

Non centro esclusivo dell’esistenza, ma una delle forme attraverso cui la vita si manifesta.

Forse soltanto allora potremo parlare di una civiltà realmente evoluta: non quando avrà imparato a controllare tutto ciò che la circonda, ma quando avrà acquisito la saggezza necessaria per non trasformare ogni possibilità in un diritto di dominio.

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