Dall’inconscio collettivo alla sincronicità: il primo passo di una ricerca tra psiche, relazione e realtà.
Ci sono coincidenze che passano inosservate.
E ce ne sono altre che, per il momento nel quale accadono, per la persona coinvolta o per ciò che sembrano mettere in relazione, acquistano un significato particolare.
È da qui che parte la nostra ricerca.
Non dalla volontà di dimostrare che ogni coincidenza nasconda qualcosa.
E nemmeno dall’idea che la scienza debba necessariamente confermare ciò che appartiene alla nostra esperienza interiore.
Partiamo invece da una domanda:
perché alcune coincidenze ci sembrano significative?
Per affrontarla dobbiamo tornare a uno dei pensatori che più radicalmente hanno cercato di comprendere il rapporto tra ciò che accade dentro di noi e ciò che accade nel mondo esterno:
Carl Gustav Jung.
Oltre l’inconscio personale
Jung è conosciuto soprattutto per il suo lavoro sulla psiche, sui sogni, sugli archetipi e sull’inconscio.
Ma il suo pensiero introduce una distinzione fondamentale.
Accanto all’inconscio personale, legato alla storia e all’esperienza del singolo individuo, Jung ipotizzò l’esistenza di un inconscio collettivo.
Non si tratta semplicemente di ricordi condivisi tra persone.
L’inconscio collettivo, nella concezione junghiana, indica una dimensione più profonda della psiche, costituita da strutture fondamentali che non deriverebbero dall’esperienza personale del singolo. Gli archetipi rappresentano il modo principale attraverso cui Jung descrive queste strutture.
Questo introduce già una domanda importante.
Se nella psiche umana esistono strutture che non appartengono soltanto alla biografia individuale, quanto della nostra esperienza è realmente soltanto personale?
E quanto, invece, appartiene a forme più profonde e condivise dell’esperienza umana?
Per Jung questa domanda non riguardava soltanto la psicologia.
Con il tempo avrebbe coinvolto anche il modo nel quale interpretiamo la realtà.
Quando una coincidenza diventa qualcosa di più
Jung era interessato da molto tempo alle coincidenze particolarmente sorprendenti.
Ma il termine sincronicità avrebbe assunto nel suo pensiero un significato preciso: non una semplice simultaneità e nemmeno una generica coincidenza, ma una coincidenza nella quale eventi collegati dal punto di vista del significato non mostrano necessariamente una relazione causale riconoscibile.
Il concetto maturò progressivamente nel suo lavoro e trovò la sua formulazione più compiuta nel saggio Sincronicità come principio di nessi acausali, pubblicato nel 1952.
È una distinzione essenziale.
Jung non stava dicendo:
“Se due cose accadono insieme, allora sono collegate.”
La sua domanda era molto più difficile:
può esistere una relazione significativa tra eventi che non possiamo collegare attraverso una causa?
Qui il problema cambia natura.
Non riguarda più soltanto ciò che accade.
Riguarda il significato che ciò che accade assume nella vita psichica.
Il confine tra dentro e fuori
È proprio questo il punto che rende la sincronicità interessante per la nostra ricerca.
Normalmente siamo abituati a distinguere abbastanza nettamente ciò che appartiene al mondo esterno da ciò che appartiene alla nostra esperienza interiore.
Un evento accade.
Noi lo osserviamo.
Gli attribuiamo eventualmente un significato.
Jung si chiede se, in alcune circostanze, questa separazione possa diventare meno semplice.
Se un evento esterno coincide con una condizione psichica particolarmente intensa, e quella coincidenza assume un significato preciso per chi la vive, possiamo limitarci a chiamarla casualità?
Oppure dobbiamo almeno prendere in considerazione un’altra possibilità?
Non necessariamente una spiegazione soprannaturale.
Non necessariamente una spiegazione fisica.
Ma la possibilità che psiche ed evento possano entrare in una relazione che non coincide con la causalità ordinaria.
È qui che nasce il problema della sincronicità.
Il passaggio più delicato
A questo punto è importante non fare un salto che Jung stesso non ci autorizza a fare.
La sincronicità non dimostra l’esistenza dell’inconscio collettivo.
E l’inconscio collettivo non è una spiegazione scientifica delle coincidenze.
Sono concetti appartenenti alla costruzione teorica di Jung.
Ma proprio per questo meritano di essere studiati senza semplificarli.
Perché Jung non si fermò alla semplice osservazione delle coincidenze.
Nel corso degli anni cercò di comprendere se la sincronicità potesse essere collegata agli archetipi, cioè a quelle strutture profonde della psiche che costituiscono uno dei nuclei della sua psicologia.
Ed è qui che il nostro percorso comincia a diventare davvero interessante.
Perché se una coincidenza significativa può essere collegata all’attivazione di un archetipo, allora il significato dell’evento non dipenderebbe soltanto dall’evento stesso.
Potrebbe dipendere anche dalla struttura psichica attraverso la quale lo riconosciamo.
Una domanda che riguarda tutti noi
Pensiamo a qualcosa di semplice.
Una persona che non conosciamo pronuncia una parola qualsiasi.
Per noi quella parola non significa nulla.
La stessa parola, pronunciata nel momento esatto nel quale stiamo pensando a qualcuno che amiamo, può assumere un significato completamente diverso.
L’evento esterno è quasi identico.
È cambiata la relazione tra l’evento e la nostra esperienza interiore.
È questo genere di fenomeno che ci interessa osservare.
Non per stabilire subito che cosa sia.
Ma per capire come nasce il significato.
E soprattutto perché, in alcune circostanze, il significato sembra emergere proprio attraverso una coincidenza.
Il primo filo
Da qui parte il nostro percorso.
Non sappiamo ancora dove ci condurrà.
Ma abbiamo già individuato alcuni fili che, forse, possono essere messi in relazione senza essere confusi tra loro.
L’inconscio collettivo.
Gli archetipi.
La sincronicità.
E una domanda che attraversa tutti e tre:
esiste qualcosa, nella nostra esperienza, che non sia completamente spiegabile dalla sola storia individuale?
Per cercare una risposta dovremo uscire dalla psicologia.
Perché Jung, nel momento in cui sviluppava queste idee, entrò in dialogo con una figura appartenente a un territorio apparentemente lontanissimo dal suo:
un fisico.
Wolfgang Pauli.
Il loro incontro non fu una semplice curiosità nella biografia di Jung.
Il confronto tra i due avrebbe contribuito alla maturazione della riflessione di Jung sulla sincronicità, mentre Pauli avrebbe sviluppato un interesse sempre maggiore per le questioni filosofiche legate alla psiche.
Nel 1952 i loro due lavori furono pubblicati insieme: Jung con Sincronicità: un principio di nessi acausali e Pauli con uno studio sull’influenza delle immagini archetipiche nella formazione delle teorie scientifiche di Keplero.
Ed è proprio qui che si apre il secondo capitolo della nostra ricerca.
Che cosa accadde quando la psicologia di Jung incontrò la fisica di Pauli?
È da questa domanda che ripartiremo.