Jung e Pauli

Quando la psiche incontrò la fisica

Nel primo articolo abbiamo seguito il primo filo della ricerca: quello che conduce Jung dall’inconscio personale all’inconscio collettivo e, da lì, alla sincronicità.

Ma c’è un passaggio che non possiamo saltare.

Perché Jung, psicologo e psichiatra, arrivò a confrontarsi così profondamente con la fisica del suo tempo?

La risposta porta a un incontro particolare: quello con Wolfgang Pauli, uno dei maggiori fisici teorici del Novecento e premio Nobel per la fisica nel 1945.

E qui la nostra ricerca cambia livello.

Non siamo più soltanto all’interno della psicologia di Jung. Entriamo in un territorio nel quale due discipline apparentemente lontanissime cominciano a interrogarsi sulle stesse domande.


Un incontro nato da una crisi

Jung e Pauli si incontrarono all’inizio degli anni Trenta, in un momento di forte crisi personale del giovane fisico.

Pauli si rivolse a Jung e iniziò un percorso analitico che coinvolse inizialmente Erna Rosenbaum, una collaboratrice di Jung, e successivamente lo stesso Jung. Le consultazioni personali terminarono nel 1934.

Ma il rapporto tra i due non terminò con la terapia.

Anzi.

Da quel momento iniziò una lunga corrispondenza che sarebbe proseguita per più di vent’anni, fino alla morte di Pauli nel 1958.

Ed è proprio questa seconda fase che interessa maggiormente la nostra ricerca.

Perché Pauli non era semplicemente un paziente di Jung.

Era un fisico che aveva partecipato alla costruzione della nuova fisica del Novecento.

E Jung non era semplicemente un interlocutore interessato alla scienza.

Era uno psicologo che stava cercando di comprendere fenomeni che sembravano sfuggire alla spiegazione puramente causale.

Il loro confronto nasce quindi dall’incontro di due modi diversi di osservare la realtà.


Due linguaggi, una stessa domanda

Pauli proveniva dalla fisica teorica.

Jung dalla psicologia.

Le loro domande erano differenti, i metodi erano differenti e soprattutto erano differenti i criteri attraverso i quali stabilivano ciò che poteva essere considerato conoscenza.

Eppure, nella loro corrispondenza, cominciò ad apparire una questione comune:

esiste qualcosa che precede la distinzione tra psiche e materia?

Non significa che Jung e Pauli avessero trovato una risposta scientifica a questa domanda.

Non l’avevano.

Significa che iniziarono a prendere sul serio la possibilità che la separazione assoluta tra mondo interiore e mondo esteriore potesse essere, almeno in parte, un problema da indagare.

Il loro confronto riguardò proprio il rapporto tra psiche e materia, tra causalità e acausalità, tra esperienza psicologica e descrizione scientifica della natura.

È questo il punto che rende il loro dialogo ancora interessante.

Non perché la fisica dimostrasse le teorie di Jung.

Ma perché un fisico e uno psicologo si trovarono a discutere dello stesso problema da due prospettive differenti.


Pauli non fu un semplice sostenitore di Jung

Questo aspetto è importante.

Sarebbe facile raccontare la storia dicendo che Jung aveva elaborato la sincronicità e che Pauli, essendo un fisico, l’aveva semplicemente confermata.

Non è ciò che accadde.

Pauli intervenne criticamente nel pensiero di Jung e, allo stesso tempo, Jung influenzò il modo in cui Pauli rifletteva su alcuni problemi della fisica e della conoscenza scientifica.

La loro relazione fu quindi reciproca.

La ricerca storica sul loro carteggio mostra come i concetti junghiani venissero sottoposti allo stimolo critico del fisico, mentre Pauli utilizzava alcuni strumenti concettuali della psicologia junghiana per interrogarsi su questioni che riguardavano la scienza.

È proprio questa reciprocità a rendere il loro rapporto così insolito.

Non abbiamo un uomo di scienza che cerca conferme nella psicologia.

E nemmeno uno psicologo che cerca nella fisica una legittimazione.

Abbiamo due ricercatori che, partendo da territori diversi, provano a capire se esista un livello più profondo nel quale le loro domande possano incontrarsi.


Il problema della causalità

Qui compare una parola fondamentale per la nostra ricerca:

causalità.

La scienza moderna ha costruito gran parte della propria forza sulla possibilità di stabilire relazioni causali tra i fenomeni.

A accade e produce B.

Ma Jung si era trovato davanti a esperienze nelle quali questa struttura sembrava non essere sufficiente.

Una persona pensa intensamente a qualcosa e, nello stesso periodo, accade un evento che sembra avere per lei un significato particolare.

Un sogno precede un avvenimento.

Una coincidenza assume un significato che non sembra spiegabile dalla semplice probabilità.

Jung non chiamò tutto questo “magia”.

Lo definì sincronicità: una connessione significativa tra eventi che non viene spiegata da una relazione causale ordinaria.

E proprio qui Pauli trovò un terreno di confronto.

Non perché la fisica dimostrasse la sincronicità, ma perché il problema dell’acausalità poteva diventare una questione filosofica comune alla riflessione sulla psiche e a quella sulla natura.


Il 1952: un libro scritto a due

Il punto più concreto di questa collaborazione arrivò nel 1952.

Jung e Pauli pubblicarono insieme Naturerklärung und Psyche, generalmente tradotto come L’interpretazione della natura e della psiche.

Il volume comprendeva due saggi distinti.

Jung presentava il suo studio sulla sincronicità come principio di connessioni acausali.

Pauli affrontava invece l’influenza delle immagini archetipiche sulla formazione delle teorie scientifiche di Keplero.

La scelta dei due testi è significativa.

Jung guardava alla fisica attraverso il problema della psiche.

Pauli guardava alla storia della scienza attraverso il problema degli archetipi.

Non stavano fondendo psicologia e fisica in una nuova disciplina.

Stavano tentando di capire dove i loro due modi di osservare la realtà potevano incontrarsi senza perdere la propria identità.

Ed è proprio questa distinzione che dobbiamo mantenere anche nella nostra ricerca.


Una realtà più ampia?

Nel loro lungo confronto comparve progressivamente l’idea che psiche e materia potessero essere considerate non necessariamente come due realtà completamente separate.

Pauli parlò della necessità di un linguaggio capace di affrontare il rapporto tra questi due domini; nella loro riflessione comparve anche l’antica idea dell’unus mundus, una realtà unitaria sottostante alla distinzione tra psichico e materiale.

Ma attenzione.

Qui entriamo già in un territorio filosofico.

Non siamo davanti a una teoria fisica verificata.

Non possiamo trasformare queste riflessioni in una prova dell’esistenza di una realtà psico-fisica unitaria.

Possiamo però prendere sul serio la domanda che le ha generate.

E se la separazione tra osservatore e realtà, tra mondo interiore e mondo esteriore, fosse meno semplice di quanto siamo abituati a pensare?

È questa, forse, la domanda più interessante lasciata aperta dal dialogo tra Jung e Pauli.


Perché questo incontro interessa la nostra ricerca

A questo punto il percorso comincia a delinearsi.

Abbiamo Jung e il problema delle coincidenze significative.

Abbiamo l’inconscio collettivo e gli archetipi.

Abbiamo la sincronicità.

E abbiamo Pauli, un fisico che non si limita ad ascoltare queste idee, ma decide di confrontarsi con esse per molti anni.

Il risultato non è una dimostrazione.

È qualcosa di più interessante per chi vuole fare ricerca:

una domanda condivisa.

Può esistere un ordine della realtà che non sia completamente descrivibile attraverso la sola causalità?

E se esiste, quale rapporto potrebbe avere con ciò che chiamiamo psiche?

Jung e Pauli non hanno risolto questa domanda.

Ma hanno avuto il coraggio di porla insieme.

Ed è proprio da qui che possiamo proseguire.


Il prossimo passaggio

Per capire davvero dove può portarci questa ricerca dobbiamo ora seguire Pauli nel territorio dal quale proveniva.

La fisica quantistica.

Perché Pauli non era un osservatore esterno della rivoluzione scientifica del Novecento.

Ne era stato uno dei protagonisti.

E nella storia della fisica di quegli anni compare un altro nome fondamentale:

Paul Dirac.

È qui che il nostro percorso cambia ancora una volta direzione.

Non per cercare una dimostrazione della sincronicità nella fisica.

Ma per capire che cosa la nuova fisica aveva realmente cominciato a dire sulla natura della realtà.

E, soprattutto, perché molti anni dopo qualcuno avrebbe iniziato ad associare proprio a Dirac una curiosa espressione:

la “formula dell’amore”.

Prima di capire se quella formula abbia davvero qualcosa a che fare con l’amore, però, dobbiamo capire cosa c’è realmente dietro la fisica di Dirac.

Jung e il mistero delle coincidenze

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