Il primo giro della spirale della coscienza
C’è una coincidenza che merita di essere osservata.
Nel XVI secolo Teresa d’Avila descrive, nel Castello interiore, un percorso attraverso sette dimore: sette passaggi dell’interiorità che conducono progressivamente verso il centro, là dove l’essere umano ritrova la propria dimensione più profonda.
A distanza di secoli, nei Tarocchi possiamo riconoscere nel primo settenario un percorso che, attraverso sette archetipi, conduce dalla prima manifestazione dell’essere fino alla Carrozza e al Passeggero consapevole: colui che, dopo aver attraversato le prime esperienze della propria formazione, diventa finalmente capace di assumere una direzione.
Il confronto non vuole sostenere una relazione storica tra Teresa e i Tarocchi. Teresa viene prima, e non abbiamo motivo di pensare che conoscesse o utilizzasse i Tarocchi come sistema simbolico. È proprio questa distanza a rendere interessante l’osservazione: due linguaggi separati da secoli sembrano descrivere una struttura interiore sorprendentemente vicina.
Teresa descrive il viaggio verso il centro.
I Tarocchi, nella lettura di Oltre i Confini, mostrano il processo attraverso cui quel centro diventa coscienza e possibilità di movimento.
È come se Teresa ci accompagnasse dentro il castello, fino a incontrare il centro, mentre i Tarocchi ci mostrassero il momento in cui, raggiunto quel centro, il Passeggero può salire sulla Carrozza e cominciare il proprio viaggio consapevole.
Ed è qui che nasce la visione di Oltre i Confini.
Il primo settenario non viene considerato una semplice successione di immagini, ma come un primo giro della spirale della coscienza: dalla prima manifestazione dell’essere, attraverso la progressiva interiorizzazione, fino alla conquista di un centro dal quale può finalmente iniziare un movimento consapevole.
Teresa d’Avila ci offre una delle più profonde mappe occidentali dell’interiorità.
I Tarocchi ci offrono un linguaggio simbolico.
Oltre i Confini prova a metterli in dialogo.
Non per sovrapporli, ma per osservare cosa accade quando una mappa dell’interiorità del XVI secolo e un linguaggio simbolico sviluppatosi in un’altra tradizione vengono posti uno accanto all’altro e sembrano indicare, attraverso immagini differenti, lo stesso primo attraversamento: quello che conduce l’essere umano verso il proprio centro.
Quando ho letto il castello interiore, la risonanza è stata forte e chiara con il percorso delle sette dimore tant è che il parallelismo con la Santa Édith Stein nella sua” Settima stanza (film) ” ne è stata conferma. Entrambe non usavano i Tarocchi, sono convinta e certa che esiste un linguaggio universale composto di simboli magico- devozionali che possiamo trovare in tutto il mondo con caratteristiche precise le più usate sono richieste di protezione.
Mi affascina l idea che questo linguaggio lo usiamo anche noi nel quotidiano senza esserne consapevoli o molto poco.
Hildegarda di Bingen altra Santa di enorme conoscenze infatti le si attribuisce e la si riconosce come guaritrice, erboristeria, scrittrice e COSMOLOGA… ecc.
Daniela
Daniela, il tuo commento apre proprio una delle direzioni che ci interessano di più. La risonanza tra le *Sette Dimore* di Teresa e la *Settima Stanza* di Edith Stein è tutt’altro che casuale: non perché una derivi dall’altra, ma perché entrambe sembrano riconoscere, attraverso percorsi diversi, una struttura profonda dell’esperienza interiore.
E hai colto un punto per noi fondamentale: Teresa non aveva bisogno dei Tarocchi. Il linguaggio simbolico è molto più antico e universale. Lo ritroviamo nei gesti, negli oggetti, nei rituali, nelle immagini e persino nelle piccole azioni quotidiane, spesso senza renderci conto che stiamo ancora utilizzando simboli che un tempo avevano una precisa funzione magico-devozionale, prima fra tutte quella della protezione.
E Hildegarda è un altro straordinario esempio di questa visione unitaria: medicina, erboristeria, musica, scrittura e cosmologia non erano per lei ambiti separati, ma parti di una stessa lettura del mondo.
Forse è proprio questo che stiamo cercando di seguire: non la storia dei Tarocchi, ma la traccia di un linguaggio simbolico che li precede e che, in forme diverse, continua ancora oggi a parlare attraverso di noi.
Grazie Gabri… Così è.
Ciò che mi affascina è come quel tipo di linguaggio venga tramandato assieme alle vive e forti credenze, nelle tradizioni “popolari” che costituiscono la memoria della terra di appartenenza e di come si fondano con la fede; un binomio che perpetua in ogni tempo fino ai nostri giorni.