La vista: un viaggio oltre gli occhi

VEDERE È MOLTO PIÙ CHE METTERE A FUOCO

La vista non è soltanto una funzione dell’occhio.

È un’esperienza complessa che coinvolge il corpo nella sua totalità: postura, collo, muscoli, movimento, luce, ambiente, nervi e cervello.

Siamo abituati a pensare che siano gli occhi a vedere.

Ma è davvero così?

L’occhio è la telecamera, ma chi vede è il cervello

Possiamo immaginare l’occhio come una telecamera biologica.

Raccoglie la luce, la concentra attraverso il sistema ottico e la porta sulla retina, dove cellule specializzate trasformano la luce in segnali nervosi.

Ma lì il lavoro non è finito.

I segnali devono attraversare il nervo ottico, la grande via di comunicazione che collega l’occhio al cervello.

E poi?

È il cervello che vede.

L’occhio raccoglie informazioni.

Il nervo ottico le trasporta.

Il cervello le elabora, le organizza, le mette in relazione e costruisce ciò che noi percepiamo come immagine.

Non riceviamo quindi dal mondo un’immagine già pronta.

Riceviamo segnali che il cervello utilizza per costruire la nostra esperienza visiva.

E c’è un esempio quotidiano che può farci riflettere.

Quando sogniamo, vediamo.

Vediamo persone, luoghi, colori, movimento, distanze. Possiamo perfino leggere o riconoscere un volto.

Eppure in quel momento gli occhi non stanno guardando quella scena davanti a noi.

L’esperienza visiva nasce quindi molto più in profondità dell’occhio.

Questo non rende l’occhio meno importante.

Al contrario.

Significa che la vista è un sistema nel quale ogni parte ha il proprio ruolo.

Occhio, nervo ottico, cervello.

E dentro questo sistema c’è tutto il corpo.

L’evoluzione della posizione eretta e l’Atlante

Con il passaggio alla posizione eretta il corpo ha modificato profondamente la propria struttura e il proprio equilibrio.

Un cambiamento importante riguarda la prima vertebra cervicale, l’Atlante, che sostiene il cranio e partecipa all’orientamento della testa.

La posizione della testa, l’equilibrio e la direzione dello sguardo sono strettamente collegati.

Il collo non è quindi estraneo alla vista.

Una muscolatura cervicale rigida, le spalle continuamente sollevate, una testa mantenuta per ore nella stessa posizione possono modificare il modo nel quale ci muoviamo e orientiamo lo sguardo.

Gli occhi non sono due elementi indipendenti dal resto del corpo.

Sono parte del corpo.

Fasce, muscoli e movimento

Il corpo è attraversato da una rete continua di muscoli e fasce.

Le tensioni non rimangono necessariamente dove nascono.

Postura, collo, spalle e testa partecipano all’insieme dei movimenti attraverso i quali orientiamo lo sguardo.

Anche i sei muscoli esterni di ciascun occhio lavorano continuamente per permettere ai due occhi di muoversi insieme nello spazio.

Guardare, quindi, è anche movimento.

E forse è proprio questo che dimentichiamo più facilmente.

Prima gli occhi, ma anche collo e spalle

Possiamo dedicare alcuni momenti della giornata alla vista senza aspettare che gli occhi siano stanchi.

Prima di tutto il corpo.

Collo e spalle.

Movimenti lenti, rotazioni, inclinazioni, rilassamento.

Poi gli occhi.

Guardare vicino.

Guardare lontano.

Guardare a destra e a sinistra.

Lasciare che la testa accompagni lo sguardo.

Non serve forzare.

Non serve arrivare al limite.

Si tratta semplicemente di restituire movimento a ciò che spesso teniamo fermo per ore.

L’attività fisica generale è altrettanto importante.

Un organismo che si muove è diverso da un organismo costretto per gran parte della giornata nella stessa posizione.

La vista non può essere separata dalla vita del corpo.

Le tre messe a fuoco

Possiamo poi lavorare sulle distanze.

Scegliamo tre punti:

vicino – medio – lontano.

Guardiamo il primo, poi il secondo e infine il terzo.

Lasciamo che l’occhio cambi naturalmente la propria messa a fuoco.

Poi torniamo indietro.

Vicino.

Medio.

Lontano.

Possiamo fare l’esercizio anche un occhio alla volta, coprendo delicatamente l’altro senza premere.

Prima un occhio.

Poi l’altro.

Infine entrambi.

Non è una gara e non bisogna forzare la nitidezza.

L’obiettivo è riabituare lo sguardo a cambiare distanza.

Il lontano: la distanza originaria

Il cristallino è una lente naturale capace di modificare la propria forma per permettere la messa a fuoco a diverse distanze.

Quando guardiamo lontano, il sistema dell’accomodazione si rilassa.

E il lontano, nella vita originaria dell’essere umano, era una condizione normale.

Prima si vedeva la via.

Poi l’albero.

Poi il frutto.

Poi ci si avvicinava per raccoglierlo.

Oggi possiamo trascorrere ore guardando alla stessa distanza: un libro, un telefono, una tastiera, uno schermo.

È una condizione molto diversa.

Forse dovremmo ricordare più spesso agli occhi che il mondo è anche lontano.

Con l’età, inoltre, il cristallino perde progressivamente elasticità e diventa più difficile modificare la messa a fuoco da vicino: è ciò che chiamiamo presbiopia.

Miope, presbite, astigmatico

I difetti della vista non sono tutti uguali.

Nella miopia, la visione da lontano tende a risultare meno nitida, mentre quella ravvicinata può essere più agevole.

Nella presbiopia, legata soprattutto ai cambiamenti del cristallino con l’età, diventa progressivamente più difficile mettere a fuoco da vicino.

Nell’astigmatismo, la curvatura non uniforme dei sistemi ottici dell’occhio può determinare una visione deformata o meno nitida a diverse distanze.

Esistono poi alterazioni della percezione dei colori, fra cui il daltonismo, che non riguarda la messa a fuoco ma il modo nel quale vengono percepite determinate componenti cromatiche.

E proprio sui colori torneremo.

Perché il rapporto con il rosso, con la percezione del colore e con il cibo apre un altro percorso che affronteremo più avanti.

Non guardare soltanto il pieno

Quando guardiamo un oggetto, siamo abituati a cercarne il contorno.

La forma.

Il bordo.

Il pieno.

Possiamo però provare a guardare anche il vuoto.

Lo spazio fra due oggetti.

Il cielo fra i rami.

Lo spazio dentro una forma.

Il bianco intorno a una parola.

Il vuoto fra una riga e l’altra.

Il vuoto non è assenza di informazione.

Fa parte di ciò che vediamo.

Imparare a osservare anche i vuoti cambia il modo di guardare.

Anche nella lettura

Possiamo applicare lo stesso principio alla lettura.

Cominciare da caratteri grandi.

Leggere senza sforzare.

Passare progressivamente a caratteri più piccoli.

Quando la lettura diventa difficoltosa, invece di stringere gli occhi e cercare di costringere l’immagine a diventare nitida, possiamo osservare le forme delle lettere, gli spazi fra loro e soprattutto gli spazi bianchi fra le righe.

Poi tornare ai caratteri più grandi.

E ripetere.

La lettura non deve necessariamente diventare una prova di forza.

Anche qui possiamo alternare un occhio alla volta e poi lasciare lavorare entrambi.

Guardare non significa fissare

L’occhio non rimane realmente immobile.

Lo sguardo esplora continuamente.

Passa da un dettaglio all’altro, raccoglie informazioni periferiche, ritorna, si sposta.

Possiamo quindi osservare il nostro modo di guardare.

Quando stringiamo gli occhi?

Quando tratteniamo il respiro?

Quando irrigidiamo la fronte?

Quando fissiamo troppo a lungo?

A volte non abbiamo bisogno di vedere di più.

Abbiamo bisogno di sforzarci di meno.

Chiaro e scuro

La vista ha bisogno della luce.

Ma ha bisogno anche del buio.

L’occhio è continuamente impegnato ad adattarsi alle variazioni luminose.

Entriamo in una stanza dopo essere stati al sole.

Usciamo dalla penombra.

Guardiamo un paesaggio al tramonto.

Arrivano le nuvole.

Cambia la stagione.

Cambia l’ora del giorno.

La luce naturale non è mai perfettamente costante.

E anche il rapporto fra chiaro e scuro fa parte della normale esperienza visiva.

Non tutto deve essere sempre illuminato allo stesso modo.

Anche la penombra appartiene alla visione.

Il rapporto con il sole

La luce naturale è l’ambiente originario nel quale si è sviluppata la nostra visione.

Possiamo ritrovare un rapporto più diretto con essa soprattutto nelle prime ore del mattino e verso sera, quando la luce è meno intensa.

Quando il sole è forte, invece, gli occhi rimangono chiusi.

Non è necessario fissare il sole.

Non serve dimostrare nulla.

Possiamo stare nella luce, lasciarla arrivare alle palpebre e percepirne la presenza senza forzare gli occhi.

Il rapporto con il sole non dovrebbe diventare una prova di resistenza.

Dovrebbe essere un rapporto naturale con l’ambiente.

Aria, acqua e liquidi

La vista appartiene a un organismo che respira, riceve liquidi, alimenti e luce e si muove continuamente.

Per questo anche il rapporto con l’aria, con l’acqua e con la qualità dei liquidi che introduciamo nel corpo appartiene alla nostra visione complessiva della salute.

Non sono elementi separati.

Sono parte dell’ambiente nel quale vive l’organismo.

Sull’alimentazione torneremo in un altro momento, perché il rapporto fra nutrizione, colore e vista merita un percorso specifico e tecniche precise.

Acqua fresca

Anche un gesto molto semplice può diventare un momento della giornata dedicato agli occhi.

Dopo gli esercizi o dopo un periodo prolungato di lavoro da vicino, possiamo rinfrescare il viso e gli occhi con acqua fresca, senza forzare e senza trasformare il gesto in una pratica estrema.

È un modo semplice per interrompere il lavoro e cambiare condizione.

Anche questo fa parte dell’attenzione.

E gli occhiali?

Gli occhiali sono uno strumento straordinario.

Permettono di ottenere una visione corretta quando l’occhio non riesce a mettere a fuoco l’immagine nel modo desiderato.

Ma la correzione ottica ha una caratteristica: è costante.

La lente rimane la stessa mentre cambiano la distanza, la luce, il contrasto e l’ambiente.

L’occhio invece vive in un mondo continuamente variabile.

Per chi decide di intraprendere un percorso di recupero della propria capacità visiva attraverso il lavoro sul corpo e sull’uso degli occhi, l’idea è quindi quella di non ricorrere automaticamente alla correzione in ogni momento, utilizzandola quando realmente necessaria e soprattutto quando la sicurezza lo richiede.

Non si tratta di fare una guerra agli occhiali.

Si tratta di non dimenticare che, oltre alla lente che corregge, esiste anche un occhio che può essere osservato, utilizzato e allenato diversamente.

Il movimento è parte della vista

Non esiste soltanto l’esercizio specifico per gli occhi.

Esiste il movimento del corpo.

Camminare.

Correre.

Piegarsi.

Guardare lontano.

Orientarsi nello spazio.

Seguire un movimento.

Osservare ciò che ci passa accanto.

Un tempo gli occhi partecipavano continuamente alla vita del corpo.

Oggi possiamo trascorrere ore quasi immobili, con gli occhi concentrati su una superficie a pochi centimetri dal viso.

Forse anche per questo dobbiamo ricominciare a usare la vista nel mondo reale.

Vedere è una relazione

Possiamo quindi guardare alla vista in modo diverso.

L’occhio è la telecamera.

Il nervo ottico trasporta le informazioni.

Il cervello vede.

Ma tutto questo avviene dentro un corpo che si muove, respira e si adatta.

Possiamo lavorare sul collo e sulle spalle.

Possiamo muovere gli occhi.

Alternare vicino, medio e lontano.

Lavorare un occhio alla volta.

Osservare i pieni e i vuoti.

Leggere senza forzare.

Ritrovare la luce naturale.

Conoscere il chiaro e lo scuro.

Respirare aria.

Muoverci.

E lasciare che gli occhi tornino a fare ciò per cui sono nati: guardare un mondo che non sta mai alla stessa distanza e non ha mai la stessa luce.

Forse la vista non è soltanto qualcosa che dobbiamo correggere.

Forse è anche qualcosa che possiamo imparare nuovamente a usare.

E allora il viaggio oltre gli occhi è appena cominciato.

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