Il cielo, il raccolto e i quattro passaggi dell’anno

Dalla luce delle stagioni al seme del futuro: ciò che abbiamo osservato prima delle costruzioni che sono venute dopo.

Non siamo partiti dagli Arcangeli.

Siamo partiti dal cielo.

E, guardando il ciclo dell’anno, ci siamo accorti che prima ancora di qualsiasi costruzione religiosa esiste qualcosa di molto più semplice: il movimento della luce, il mutare delle stagioni e il modo nel quale la vita terrestre risponde a questi cambiamenti.

I solstizi e gli equinozi dividono il percorso del Sole in quattro grandi passaggi.

La luce cresce, raggiunge il suo massimo, poi diminuisce e infine torna a crescere.

È un ciclo continuo.

E dentro questo ciclo cambia tutto ciò che vive.

Cambiano le piante, gli animali, il lavoro dell’uomo, la disponibilità del cibo, il modo di muoversi e anche alcune condizioni del nostro equilibrio emotivo e mentale.

Non abbiamo bisogno di costruirci sopra un sistema per riconoscere questa relazione.

Basta osservare.

L’autunno: raccogliere e scegliere

L’equinozio d’autunno, in questo anno 2026, il 23 settembre, ci ha portato naturalmente verso una delle immagini più antiche legate a questo passaggio: il raccolto.

La stagione della crescita ha prodotto ciò che poteva produrre.

Ora bisogna raccogliere.

Ma raccogliere non significa semplicemente prendere tutto.

Significa anche distinguere.

C’è ciò che deve diventare cibo.

C’è ciò che può essere conservato.

C’è ciò che non serve più e può tornare alla terra.

E poi c’è qualcosa che non appartiene né al presente né al passato.

È il seme.

Il seme viene separato dal raccolto perché contiene il futuro.

Questa semplice operazione agricola può diventare anche un’immagine della vita dell’uomo: raccogliere ciò che l’esperienza ha prodotto, nutrirsi di ciò che è buono, lasciare andare ciò che ha concluso il proprio ciclo e conservare ciò che può generare un nuovo inizio.

È questa immagine del separare per continuare che ci ha fatto guardare con occhi diversi anche alla figura di Michele.

Non ci interessa il guerriero, la spada o la lotta contro un mostro.

Ci interessa l’atto originario del raccogliere e del decidere cosa portare con sé nel tempo successivo.

La luce non è soltanto una misura

La luce è una condizione della vita.

Il suo aumento e la sua diminuzione accompagnano il ciclo naturale e influenzano profondamente l’ambiente nel quale viviamo.

Per l’uomo antico questo era immediatamente evidente.

Non esisteva una separazione netta fra il calendario e la vita quotidiana.

Il cielo diceva quando seminare, quando raccogliere, quando spostarsi, quando prepararsi all’inverno.

Anche la Luna partecipava a questo rapporto.

Una notte illuminata dalla Luna piena poteva significare una maggiore possibilità di muoversi, soprattutto per chi viveva ancora in stretta relazione con il territorio e con gli animali.

Non è quindi difficile comprendere perché Sole e Luna siano entrati così profondamente nei simboli e nei calendari delle culture successive.

Anche l’uomo cambia con il ciclo

La nostra ricerca non vuole trasformare ogni variazione dell’umore in una spiegazione cosmica.

Ma nemmeno ignorare ciò che è evidente: l’uomo è parte del ciclo naturale.

La quantità di luce, la durata del giorno, il cambiamento delle stagioni e le condizioni ambientali partecipano alla nostra esperienza quotidiana.

Possiamo quindi osservare anche gli aspetti emotivi e mentali che accompagnano questi passaggi.

La primavera porta con sé l’apertura e la crescita.

L’estate l’espansione e la pienezza.

L’autunno la maturazione, la raccolta e la scelta.

L’inverno la contrazione, il riposo e la conservazione.

Non come quattro etichette psicologiche da applicare all’uomo, ma come quattro immagini attraverso le quali osservare il rapporto fra il ciclo della natura e il nostro modo di vivere.

Una data, un passaggio

Il 23 settembre, nella tradizione astronomica dell’equinozio d’autunno, è quindi per noi soprattutto una soglia.

Nel 2026 l’equinozio d’autunno avviene il 23 settembre, mentre quello di primavera è avvenuto il 20 marzo; il 21 giugno è invece il solstizio d’estate.

Da quel momento il mondo cambia.

E l’uomo che osserva il mondo cambia insieme ad esso.

C’è anche una piccola nota storica che ci ha incuriosito.

Isaac Newton, nelle sue osservazioni sulle profezie, ricordava che la festa di san Michele era collocata al 29 settembre e la metteva in relazione con l’equinozio d’autunno, spiegando anche come, nel corso dei secoli, lo spostamento del calendario avesse modificato la corrispondenza fra le date e i fenomeni astronomici.

Non è una prova di ciò che stiamo osservando.

È semplicemente un’altra piccola traccia che mostra quanto il rapporto fra calendario, cielo e figure religiose sia stato complesso nel corso del tempo.

E i quattro Arcangeli?

È qui che la nostra osservazione si ferma e lascia spazio alla domanda.

Le tradizioni successive hanno costruito attorno agli Arcangeli sistemi complessi, gerarchie, attribuzioni, racconti e corrispondenze.

Sono costruzioni interessanti dal punto di vista storico e culturale, ma non sono ciò che stiamo cercando.

Spesso, inoltre, queste sovrapposizioni non sono neppure perfettamente congruenti tra loro.

Per noi è più interessante tornare alla cosa semplice che rimane sotto tutte queste costruzioni:

la luce, le stagioni, il raccolto, il cibo, ciò che viene lasciato andare e il seme che viene conservato per ricominciare.

Tra le molte sovrapposizioni e contraddizioni che abbiamo incontrato, ce n’è poi una che ci ha colpito in particolare.

Gli Arcangeli vengono tradizionalmente considerati esseri che non hanno un sesso umano.

Eppure, quando li nominiamo, incontriamo nomi tutti maschili:

Michele, Gabriele, Raffaele, Uriel.

Non ne traiamo una conclusione.

Lo registriamo semplicemente come una delle tante particolarità che emergono quando si separano gli elementi più antichi dalle costruzioni che si sono sovrapposte nel tempo.

Per ora ci basta averlo osservato.

Come un seme.

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