QUANDO IL RUOLO DIVENTA SACRO

 Seshat e Thoth: alle origini di una funzione

Nelle società antiche esistevano funzioni dalle quali dipendeva la continuità stessa della comunità.

Custodire il fuoco, osservare il cielo, stabilire i calendari, conservare la memoria, amministrare le risorse, misurare la terra, costruire secondo proporzioni precise, custodire testi e conoscenze.

Non erano semplicemente mestieri.

Quando una funzione veniva considerata essenziale all’equilibrio della comunità, poteva assumere una dimensione sacra. A svolgerla venivano destinate persone ritenute capaci, affidabili e profondamente dedicate al proprio compito.

Le Vestali romane sono un esempio, in un contesto molto diverso, di come una funzione considerata fondamentale potesse essere affidata a persone consacrate a quel compito.

Il ruolo poteva quindi assumere una dignità superiore alla persona che temporaneamente lo ricopriva.

La persona passava. La funzione rimaneva.

È da questa prospettiva che possiamo avvicinarci all’antico Egitto.

Una civiltà organizzata intorno al Nilo, ai suoi cicli, alla terra, ai confini, ai raccolti e al calendario aveva bisogno di conoscere e conservare con precisione una quantità enorme di informazioni.

Bisognava misurare.

Bisognava contare.

Bisognava registrare.

Bisognava stabilire quando iniziare, dove costruire, quanto assegnare, come orientare uno spazio e come conservare nel tempo ciò che era stato stabilito.

La misura non riguardava soltanto l’amministrazione. Entrava nell’architettura, nel calendario, nei rituali e nella relazione con l’ordine del cosmo.

Ed è qui che incontriamo Seshat.

Seshat

Seshat è associata alla scrittura, alla registrazione, al calcolo e alla misura. Ma fermarsi alla definizione di “dea della scrittura” rischia di ridurne enormemente il significato.

La sua presenza è legata anche alla misurazione dello spazio e alla fondazione degli edifici. Nel rituale della cosiddetta “stensione della corda”, la misura diventa uno strumento per stabilire l’orientamento e la corretta fondazione di una costruzione.

Seshat appare così legata a qualcosa di più ampio:

rendere misurabile, registrabile e conservabile ciò che deve durare.

È custode della memoria, ma anche della misura che permette alla memoria di diventare ordine.

Il suo simbolo, posto sopra il capo, è una delle caratteristiche più riconoscibili della sua iconografia e rimane ancora oggi non completamente chiarito in tutti i suoi significati.

Sappiamo però che Seshat è una figura antica e che la sua presenza attraversa la storia egizia per millenni.

Thoth

Accanto a lei troviamo Thoth, chiamato dagli Egizi Djehuty.

Anche Thoth è legato alla scrittura, al computo e alla conoscenza, ma il suo campo si allarga verso la parola, il linguaggio, il sapere e la trasmissione della conoscenza.

È lo scriba divino, colui che registra e che conosce.

È inoltre associato al computo del tempo e al calendario, e compare nei contesti in cui occorre mantenere e registrare l’ordine.

Se Seshat ci conduce verso la misura, la registrazione e la memoria, Thoth ci conduce verso la parola, la conoscenza e la trasmissione.

Non dobbiamo ancora stabilire se questa complementarità fosse stata concepita esattamente in questi termini.

Ma è una relazione che merita di essere osservata.

Seshat misura e conserva.
Thoth conosce e trasmette.

Entrambi, in modi differenti, sono legati alla possibilità che qualcosa venga sottratto alla precarietà del momento e diventi ordine, memoria e continuità.

Ed è forse proprio questo il punto dal quale dobbiamo cominciare.

Non dalle divinità come personaggi mitologici, ma dalle funzioni che una società ha ritenuto così importanti da affidarle alla sfera del sacro.

Da qui inizieremo a seguire le trasformazioni di queste funzioni, i rapporti tra le figure che le rappresentano e il passaggio da una cultura all’altra.

Non sappiamo ancora dove ci porterà il percorso.

Ed è proprio questo il motivo per cui vale la pena seguirlo.

Da Seshat al Kybalion.

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