Quando le crisi smettono di essere separate
Le notizie di questi giorni sembrano raccontare crisi diverse: la guerra in Medio Oriente, l’Ucraina, il prezzo dell’energia, il clima, i mercati finanziari, il nuovo equilibrio tra Stati Uniti, Cina, Russia e India.
Guardandole separatamente, però, si rischia di non vedere ciò che sta accadendo.
I diversi fenomeni stanno cominciando a interagire tra loro.
Medio Oriente: l’energia torna al centro
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran continua e lo Stretto di Hormuz rimane uno dei principali punti di tensione. Gli Stati Uniti sono riusciti a riaprire parzialmente il passaggio delle navi, ma il traffico resta molto al di sotto dei livelli precedenti alla guerra e il conflitto non mostra ancora una soluzione. Gli Houthi, nel frattempo, hanno intensificato gli attacchi contro obiettivi e infrastrutture dell’area del Golfo.
La conseguenza è immediata.
Il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile e si avvia a chiudere la settimana con un aumento vicino al 13%.
Ma il prezzo del petrolio è soltanto il primo anello della catena.
Energia più costosa significa trasporti più costosi, produzione più costosa, maggiore inflazione e maggiore pressione sui bilanci di famiglie, imprese e Stati.
L’energia diventa anche una questione finanziaria
La pressione energetica si sta già trasferendo sui mercati.
L’aumento del petrolio ha riacceso i timori sull’inflazione e provocato una forte tensione sui mercati obbligazionari. Il rendimento dei Treasury americani a dieci anni è arrivato vicino al 5%, mentre quello a trent’anni ha raggiunto livelli che non si vedevano da quasi vent’anni.
Questo significa che la crisi energetica non rimane nel settore dell’energia.
Entra nel costo del denaro, nel debito pubblico, negli investimenti e nella capacità degli Stati di finanziare le proprie politiche.
Europa: il problema è più profondo del prezzo del gas
L’Europa si trova in una posizione particolarmente delicata.
I prezzi del gas sono più che raddoppiati rispetto allo scorso anno e le riserve sono inferiori ai livelli abituali. La Corte dei conti europea ha inoltre segnalato che la riduzione della dipendenza dal gas russo procede con difficoltà e che gli investimenti necessari nelle rinnovabili e nelle reti sono ancora insufficienti.
Qui emerge una contraddizione importante.
L’Europa vuole liberarsi dalla dipendenza dai combustibili fossili russi, ma nello stesso tempo ha bisogno di nuove infrastrutture, accumuli, reti e fonti energetiche alternative per poterlo fare senza aumentare la propria vulnerabilità.
La transizione energetica, quindi, non è soltanto una questione ambientale.
È diventata una questione di sicurezza.
E il clima entra nello stesso circuito
L’estate europea del 2026 è stata segnata da ondate di calore e incendi eccezionali. Il responsabile delle Nazioni Unite per il clima ha avvertito che gli eventi climatici estremi stanno già aumentando le pressioni inflazionistiche e possono aggravare la crisi energetica durante l’inverno.
Questo è forse il collegamento più importante da osservare.
Il cambiamento climatico non produce soltanto danni ambientali.
Può aumentare la domanda di energia nei periodi di caldo, ridurre la disponibilità d’acqua, danneggiare infrastrutture, compromettere produzioni agricole e aumentare il costo degli alimenti.
La crisi energetica, a sua volta, rende più costosa e difficile la trasformazione del sistema energetico.
Le due crisi finiscono quindi per alimentarsi reciprocamente.
Ucraina: il bersaglio diventa l’infrastruttura
Anche nella guerra in Ucraina il confine tra fronte militare e infrastrutture strategiche diventa sempre più sottile.
Nelle ultime ore attacchi russi hanno colpito Kyiv, mentre droni ucraini hanno raggiunto obiettivi in diverse regioni russe, compresi impianti energetici.
Secondo quanto riportato da fonti occidentali, la NATO avrebbe inoltre contrastato una presunta attività russa legata al possibile sabotaggio di cavi sottomarini nell’area artica di Svalbard.
È un elemento che merita attenzione.
Le guerre contemporanee non si combattono soltanto contro eserciti.
Si combattono contro le reti che permettono a una società di funzionare:
energia, comunicazioni, trasporti, porti, satelliti, infrastrutture digitali.
Un mondo che cerca nuovi equilibri
In questi giorni i Paesi BRICS si riuniscono a Nuova Delhi.
Il gruppo rappresenta ormai circa metà della popolazione mondiale e una quota molto significativa dell’economia globale. Ma la sua espansione non significa automaticamente la nascita di un blocco compatto contrapposto all’Occidente: India, Cina, Russia, Brasile e gli altri membri hanno interessi spesso differenti.
Il dato importante è un altro.
Sempre più Stati stanno cercando di ridurre la propria dipendenza da un unico centro di potere, diversificando commercio, energia, sistemi finanziari e alleanze.
Il mondo sta diventando più multipolare, ma anche più instabile.
Il filo che unisce le notizie
Se mettiamo insieme questi avvenimenti, emerge un quadro diverso da quello offerto dalle singole prime pagine.
Non abbiamo una crisi climatica da una parte, una crisi energetica dall’altra, una guerra in Medio Oriente, una guerra in Ucraina e una crisi finanziaria.
Abbiamo un unico sistema nel quale ogni elemento può amplificare gli altri.
Clima → energia → prezzi → inflazione → finanza → politica → geopolitica → conflitto → nuova pressione sull’energia.
Il punto non è prevedere quale sarà la prossima crisi.
È osservare come una crisi modifica le condizioni che rendono possibili le altre.
Ed è forse questo il compito dell’Osservatorio:
non inseguire soltanto gli avvenimenti,
ma cercare il campo nel quale gli avvenimenti si incontrano.