“Il peso dell’umanità sulla Terra”

Quanti esseri umani può sostenere davvero il pianeta?

Una riflessione sui limiti ambientali e sul futuro possibile

Introduzione

Viviamo in un tempo di espansione continua.

Più tecnologia, più produzione, più consumi, più infrastrutture. Per oltre due secoli abbiamo costruito un modello economico fondato sull’idea che la crescita potesse continuare indefinitamente.

Ma la Terra non cresce.

La superficie disponibile è limitata. Le risorse naturali non sono infinite. Gli ecosistemi possiedono tempi di rigenerazione che non possono essere accelerati all’infinito.

Da qui nasce una domanda che prima o poi l’umanità dovrà affrontare senza pregiudizi:

quanti esseri umani può sostenere la Terra senza compromettere le condizioni che rendono possibile la vita?

Non è una domanda semplice e non esiste un numero unico come risposta. Dipende dal modello di società, dalla distribuzione delle risorse, dalle tecnologie utilizzate, dall’alimentazione e soprattutto dal livello dei consumi.

Ma ignorare la domanda non la rende meno importante.


La capacità di carico

In ecologia si parla di capacità di carico per indicare il numero massimo di individui che un ambiente può sostenere nel tempo senza subire un degrado irreversibile.

Applicare questo concetto all’intero pianeta è complesso.

La Terra non è un ecosistema uniforme. Possiede climi diversi, risorse distribuite in modo diseguale, sistemi agricoli differenti e popolazioni con livelli di consumo profondamente lontani tra loro.

La domanda quindi non è semplicemente:

quante persone possono vivere sulla Terra?

La vera domanda è:

quante persone possono vivere bene senza consumare il futuro delle generazioni successive?

Oggi la popolazione mondiale ha superato gli otto miliardi di individui. Mai nella storia della nostra specie siamo stati così numerosi e mai abbiamo avuto una capacità tanto grande di trasformare l’ambiente.


Viviamo oltre i limiti?

Ogni anno il concetto di Earth Overshoot Day, elaborato attraverso il calcolo dell’impronta ecologica, richiama l’attenzione su un fatto essenziale: l’umanità consuma risorse naturali più rapidamente di quanto molti ecosistemi riescano a rigenerarle.

Questo non significa che la Terra improvvisamente finisca le proprie risorse in un determinato giorno.

Significa però che il nostro modello complessivo richiede una quantità di territorio, energia, materie prime e capacità di assorbimento dei rifiuti superiore a quella che il pianeta riesce a rigenerare nello stesso periodo.

Stiamo utilizzando capitale naturale accumulato nel tempo.

Foreste, suoli, falde acquifere, riserve minerarie e combustibili fossili vengono consumati con ritmi che spesso superano la loro capacità di recupero.

Il problema non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili.

Riguarda anche la capacità della biosfera di assorbire le conseguenze delle nostre attività.


Una pressione crescente sulla biosfera

La presenza umana ha ormai modificato ogni grande sistema naturale del pianeta.

Abbiamo trasformato foreste in aree agricole, deviato corsi d’acqua, alterato i cicli dei nutrienti, modificato gli oceani e immesso nell’atmosfera quantità enormi di sostanze prodotte dalle attività industriali.

Contemporaneamente assistiamo a una grave perdita di biodiversità.

Numerose specie animali e vegetali stanno diminuendo o scomparendo. Gli habitat vengono frammentati, gli ecosistemi impoveriti e molte popolazioni selvatiche subiscono una pressione senza precedenti nella storia recente dell’umanità.

Il dibattito scientifico utilizza sempre più spesso l’espressione sesta estinzione di massa per descrivere la gravità del fenomeno.

Al di là delle definizioni, il dato essenziale rimane uno: la velocità con cui stiamo modificando il pianeta è tale da mettere in discussione gli equilibri biologici dai quali dipende anche la nostra sopravvivenza.

Non siamo esterni alla biosfera.

Ne siamo una parte.


Il problema non è soltanto quanti siamo

Quando si parla di popolazione emerge spesso una contrapposizione semplicistica.

Da una parte chi ritiene che il problema sia esclusivamente il numero degli esseri umani.

Dall’altra chi sostiene che il problema sia soltanto il sistema economico.

La realtà è probabilmente più complessa.

Il numero della popolazione conta. Ma conta anche il modo in cui ogni persona utilizza energia, acqua, territorio e materie prime.

Un pianeta abitato da dieci miliardi di persone con consumi estremamente ridotti sarebbe profondamente diverso da un pianeta abitato da cinque miliardi di persone che adottassero l’attuale modello di consumo delle società più ricche.

La pressione ambientale non dipende soltanto dal numero degli abitanti.

Dipende dalla relazione tra:

  • popolazione;
  • consumi individuali;
  • distribuzione delle risorse;
  • tecnologia utilizzata;
  • produzione di rifiuti;
  • capacità degli ecosistemi di rigenerarsi.

Il problema non è quindi soltanto quanti siamo.

È soprattutto quanto pesa il nostro modo di vivere.


La disuguaglianza del consumo

Non tutti gli esseri umani esercitano la stessa pressione sul pianeta.

Una piccola parte della popolazione mondiale consuma quantità enormemente superiori di energia e materie prime rispetto a miliardi di persone che vivono con risorse minime.

Automobili sempre più grandi, abitazioni sovradimensionate, viaggi continui, prodotti usa e getta, sostituzione rapida degli oggetti, allevamenti intensivi e consumo eccessivo di energia rappresentano un modello che non può essere universalizzato.

Se tutti gli abitanti del pianeta adottassero contemporaneamente gli stessi livelli di consumo delle società più ricche, la pressione sulle risorse aumenterebbe in modo insostenibile.

Questo ci porta a una conclusione scomoda.

Il problema ambientale non può essere affrontato chiedendo soltanto ai poveri di consumare meno.

La trasformazione deve partire soprattutto dove il consumo ha raggiunto livelli sproporzionati.


Quanti possiamo essere?

Non esiste una risposta definitiva.

La capacità di carico della Terra varia in base alle condizioni che scegliamo di creare.

Con un sistema fondato sullo spreco, sulla produzione di beni superflui, sull’agricoltura distruttiva e sull’uso indiscriminato delle risorse, persino l’attuale popolazione può rappresentare una pressione eccessiva.

Con un sistema diverso, fondato sulla distribuzione equilibrata delle risorse, sull’agroecologia, sulla riduzione degli sprechi, sull’efficienza energetica e sulla sobrietà dei consumi, la stessa popolazione potrebbe vivere con un’impronta molto diversa.

Questo non significa che la crescita della popolazione sia irrilevante.

Significa che non possiamo separare il problema demografico dal modello economico.

Numero degli abitanti e modello di vita sono due aspetti della stessa questione.


Il limite della crescita infinita

Forse il vero nodo non riguarda soltanto il numero degli esseri umani.

Riguarda un’idea che ha guidato gran parte della civiltà industriale moderna: la convinzione che la crescita economica debba continuare per sempre.

Ma nulla che occupi spazio, utilizzi energia e consumi materia può crescere indefinitamente all’interno di un sistema finito.

Questa è una semplice legge fisica prima ancora che economica.

La Terra possiede limiti.

Possiamo discutere sulla loro posizione precisa, possiamo migliorare le tecnologie, ridurre gli sprechi e trovare nuove forme di organizzazione.

Ma non possiamo eliminare i limiti.

Possiamo soltanto scegliere se riconoscerli prima o dopo averli superati.


Un futuro diverso è possibile

La questione non dovrebbe trasformarsi in una guerra contro l’essere umano.

L’umanità non è un errore della natura.

Il problema è la perdita di equilibrio tra la nostra specie e il sistema vivente che ci ospita.

Possiamo produrre cibo in modo diverso.

Possiamo ridurre enormemente gli sprechi.

Possiamo costruire oggetti destinati a durare.

Possiamo recuperare fertilità nei suoli.

Possiamo utilizzare tecnologie appropriate invece di inseguire qualsiasi innovazione soltanto perché tecnicamente possibile.

Possiamo ridurre i consumi senza ridurre la qualità della vita.

Ma per farlo dobbiamo abbandonare l’idea che avere di più significhi necessariamente vivere meglio.


Conclusione

Forse non esiste un numero magico che stabilisca quanti esseri umani possa sostenere la Terra.

Esiste però una realtà che non possiamo più ignorare.

Viviamo dentro un sistema finito.

Ogni foresta abbattuta, ogni suolo impoverito, ogni specie che scompare, ogni risorsa consumata senza possibilità di rigenerazione riduce lo spazio disponibile per il futuro.

La domanda non dovrebbe quindi essere soltanto:

quanti esseri umani può sostenere la Terra?

Dovremmo chiederci:

quale umanità vogliamo che la Terra sostenga?

Un’umanità che considera il pianeta un deposito da svuotare?

Oppure una specie finalmente capace di comprendere che la propria sopravvivenza dipende dalla salute dell’intero sistema vivente?

Il problema non è contare gli esseri umani.

Il problema è comprendere il peso delle nostre scelte.

Perché la Terra non ci appartiene.

Siamo noi ad appartenere alla Terra.

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