Custodi del confine tra i mondi
Prima della paura, prima dei processi, prima ancora della parola strega, c’era forse un’altra storia.
Quando oggi si parla delle Masche piemontesi, il pensiero corre subito alle streghe: donne capaci di lanciare malefici, trasformarsi in animali o aggirarsi nella notte. È l’immagine che ci è stata consegnata dalla tradizione popolare e, in parte, dalla persecuzione religiosa.
Ma prima di diventare “streghe”, chi erano davvero?
Molti studiosi ritengono che all’origine fossero donne sapienti: guaritrici, levatrici, conoscitrici delle erbe, osservatrici del cielo e dei ritmi della natura. Figure rispettate perché custodivano un sapere tramandato oralmente, molto prima che fosse affidato ai libri.
La tradizione attribuisce loro due capacità particolari.
La prima era quella di entrare in relazione con il mondo dei morti. Non nel senso moderno dello spiritismo, ma come capacità di attraversare simbolicamente la soglia tra il visibile e l’invisibile, riportando intuizioni, conoscenze e saggezza. È un tema che attraversa molte civiltà antiche e che ritroviamo anche nell’antico Egitto, dove il Libro dei Morti descriveva il viaggio dell’anima nell’aldilà. Non è un legame storico diretto con le Masche, ma è significativo che uno dei più importanti papiri di questo testo sia oggi custodito proprio al Museo Egizio di Torino, quasi a ricordare che il Piemonte conserva anche una delle più preziose testimonianze del dialogo tra l’uomo e il mistero della morte.
La seconda capacità era il mutamento di forma. Le leggende raccontano che le Masche potessero apparire come uomini oppure assumere l’aspetto di animali, soprattutto gatti, lepri e capre.
Se osserviamo questi racconti con occhi simbolici, emerge una domanda affascinante: e se il “cambiare forma” non descrivesse una trasformazione non solo del corpo, ma anche dell’essere?
Nelle tradizioni più antiche il passaggio da una forma all’altra rappresenta spesso la continuità della vita oltre la morte. L’anima cambia veste, attraversa esperienze diverse e continua il proprio cammino. È possibile che, nel corso dei secoli, antichi racconti legati al viaggio dell’anima siano stati trasformati in storie di metamorfosi e, infine, di stregoneria.
Non possiamo dimostrarlo. Ma è un’ipotesi che invita a rileggere le leggende con uno sguardo diverso.
Forse le Masche non erano donne che sfidavano le leggi della natura.
Forse custodivano una visione dell’esistenza nella quale nascita, morte e rinascita erano parti di un unico percorso. Con il tempo quel linguaggio simbolico andò perduto. Rimase soltanto la paura di chi sembrava conoscere qualcosa che gli altri avevano dimenticato.
Le Masche, allora, potrebbero non essere l’ultimo ricordo della stregoneria, ma uno degli ultimi frammenti di un’antica sapienza europea, nella quale il confine tra questo mondo e l’altro non era un muro, ma una soglia da attraversare con rispetto, conoscenza e consapevolezza.