Dalla funzione al giudizio
Nota
Ogni società nasce dalla necessità di creare ordine.
Per farlo osserva il comportamento umano, ne valuta gli effetti e costruisce sistemi di significato capaci di favorire la convivenza.
Ciò che contribuisce alla stabilità viene generalmente valorizzato.
Ciò che la minaccia tende invece ad essere corretto, limitato o scoraggiato.
Questo processo è naturale e accompagna ogni forma di organizzazione umana.
Esiste però una possibile differenza tra ciò che la società osserva e ciò che genera il comportamento osservato.
La società vede le manifestazioni.
L’archetipo esprime una funzione.
Una stessa forza può produrre effetti differenti a seconda del contesto, della maturità dell’individuo e delle condizioni in cui si manifesta.
La rabbia può diventare violenza oppure difesa.
La paura può diventare chiusura oppure prudenza.
L’orgoglio può diventare arroganza oppure dignità.
Quando la società osserva soltanto il risultato rischia di attribuire un giudizio all’intera forza che lo ha generato.
La funzione originaria viene così confusa con una delle sue possibili espressioni.
Da questo punto di vista molte categorie morali potrebbero rappresentare non tanto una descrizione della natura umana quanto una risposta culturale ai suoi effetti.
L’archetipo non scompare.
Viene interpretato.
Talvolta accolto.
Talvolta corretto.
Talvolta represso.
Eppure continua ad esistere.
Come il corso di un fiume che può essere deviato, rallentato o arginato, ma che conserva la propria sorgente.
Comprendere questa differenza non significa eliminare le regole sociali.
Significa riconoscere che dietro ogni comportamento potrebbe esistere una funzione più profonda.
Una funzione che merita di essere osservata prima di essere giudicata.
Nota finale
Forse il problema non nasce dagli archetipi, ma dalla difficoltà di riconoscerli. Quando una forza viene compresa soltanto attraverso i suoi effetti, il rischio è quello di giudicare la sorgente osservando esclusivamente il fiume.